mercoledì 23 dicembre 2009

lunedì 14 dicembre 2009

Natale



 
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.
 
(Pericle,  Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.)

mercoledì 9 dicembre 2009

Natale?




L'allegoria ha tralasciato nel XIX secolo il mondo esterno per stabilirsi nel mondo interno. La reliquia viene dal cadavere, la rimemorazione dall'esperienza defunta che con un eufemismo viene chiamata esperienza vissuta.

(Walter Benjamin, cit. in Franco Rella, Scritture estreme, Feltrinelli)

martedì 8 dicembre 2009

Inattualmente




"D'altronde detesto tutto ciò che mi istruisce soltanto, senza ampliare o eccitare immediatamente la mia attività." Con queste parole Goethe, come con un ceterum censeo espresso con vigore, può cominciare la nostra considerazione sul valore e non-valore della storia. In essa si vuole dimostrare, infatti, perchè si debba detestare seriamente, secondo le parole di Goethe, un'istruzione che non vivifichi, un sapere in cui l'attività si indebolisca, la storia come un prezioso superfluo e un lusso della conoscenza - per la ragione, cioè, che fa difetto in tutto ciò il più necessario e perchè il superfluo è nemico del necessario. Certamente noi abbiamo bisogno di storia, ma in modo diverso di come ne ha bisogno il raffinato indolente nel giardino del sapere, anche se costui potrebbe guardare dall'alto i nostri duri e rozzi bisogni e necessità. Cioè, noi ne abbiamo bisogno per la vita e per l'azione, non per un comodo voltar le spalle alla vita e all'azione vile e cattiva. Noi vogliamo servire la storia nei limiti in cui essa serve la vita: ma vi è un grado di fare storia e una valutazione della stessa, in cui la vita deperisce e degenera: un fenomeno che oggi è necessario esperire sulla base dei rimarchevoli sintomi del nostro tempo, nella stessa misura in cui può essere doloroso.

(Friedrich Wilhelm Nietzsche, Sull'utilità e il danno della storia per la vita, in Opere 1870/1881, Newton)

domenica 6 dicembre 2009

Appassirà così l'immagine viva della ragione in fiamme




So bene che facendo questa ultima ipotesi, io contesto ciò che comunemente si asserisce: che i progressi della medicina potranno sì far sparire la malattia mentale, come la lebbra e la tubercolosi; ma che una cosa rimarrà, ed è il rapporto dell'uomo con i suoi fantasmi, con il suo impossibile, con il suo dolore senza corpo, con la sua carcassa notturna; e che una volta messo fuori circuito il patologico, l'oscura appartenenza dell'uomo alla follia sarà la memoria senza età di un male cancellato nella sua forma di malattia, ma ostinantesi come sofferenza. A dire il vero, quest'idea suppone inalterabile ciò che probabilmente è più precario, molto più precario che le perseveranze del patologico: il rapporto di una cultura con la cosa stessa che esclude e più precisamente il rapporto della nostra cultura con questa verità di sé, lontana e inversa, che essa scopre e ricopre nella follia.

(Michel Foucault, La follia, l'opera assente, in Scritti letterari, Feltrinelli)

venerdì 27 novembre 2009

1980: Apologo sull’onestà nel Paese dei corrotti




C’era un paese che si reggeva sull’illecito. Non che mancassero le leggi, ne’ che il sistema politico non fosse basato su principi che tutti piu’ o meno dicevano di condividere. Ma questo sistema, articolato su un gran numero di centri di potere, aveva bisogno di mezzi finanziari smisurati (ne aveva bisogno perche’ quando ci si abitua a disporre di molti soldi non si e’ piu’ capaci di concepire la vita in altro modo) e questi mezzi si potevano avere solo illecitamente, cioe’ chiedendoli a chi li aveva in cambio di favori illeciti. Ossia, chi poteva dar soldi in cambio di favori, in genere gia’ aveva fatto questi soldi mediante favori ottenuti in precedenza; per cui ne risultava un sistema economico in qualche modo circolare e non privo di una sua autonomia. Nel finanziarsi per via illecita, ogni centro di potere non era sfiorato da alcun senso di colpa, perche’ per la propria morale interna, cio’ che era fatto nell’interesse del gruppo era lecito, anzi benemerito, in quanto ogni gruppo identificava il proprio potere col bene comune; l’illegalita’ formale, quindi, non escludeva una superiore legalita’ sostanziale. Vero e’ che in ogni transazione illecita a favore di entita’ collettive e’ usanza che una quota parte resti in mano di singoli individui, come equa ricompensa delle indispensabili prestazioni di procacciamento e mediazione: quindi l’illecito che, per la morale interna del gruppo era lecito, portava con se’ una frangia di illecito anche per quella morale. Ma a guardar bene, il privato che si trovava ad intascare la sua tangente individuale sulla tangente collettiva, era sicuro di aver fatto agire il proprio tornaconto individuale in favore del tornaconto collettivo, cioe’ poteva, senza ipocrisia, convincersi che la sua condotta era non solo lecita ma benemerita. Il paese aveva nello stesso tempo anche un dispendioso bilancio ufficiale, alimentato dalle imposte su ogni attivita’ lecita e finanziava lecitamente tutti coloro che lecitamente o illecitamente riuscivano a farsi finanziare. Poiche’ in quel paese nessuno era disposto non diciamo a fare bancarotta, ma neppure a rimetterci di suo (e non si vede in nome di che cosa si sarebbe potuto pretendere che qualcuno ci rimettesse), la finanza pubblica serviva ad integrare lecitamente in nome del bene comune i disavanzi delle attivita’ che sempre in nome del bene comune si erano distinte per via illecita. La riscossione delle tasse, che in altre epoche e civilta’ poteva ambire di far leva sul dovere civico, qui ritornava alla sua schietta sostanza di atto di forza (cosi’ come in certe localita’ all’esazione da parte dello Stato si aggiungeva quella di organizzazioni gangsteristiche o mafiose), atto di forza cui il contribuente sottostava per evitare guai maggiori, pur provando anziche’ il sollievo del dovere compiuto, la sensazione sgradevole di una complicita’ passiva con la cattiva amministrazione della cosa pubblica e con il privilegio delle attivita’ illecite, normalmente esentate da ogni imposta.
*
Di tanto in tanto, quando meno ce lo si aspettava, un tribunale decideva di applicare le leggi, provocando piccoli terremoti in qualche centro di potere e anche arresti di persone che avevano avuto fino ad allora le loro ragioni per considerarsi impunibili. In quei casi il sentimento dominante, anziche’ di soddisfazione per la rivincita della giustizia, era il sospetto che si trattasse di un regolamento di conti di un centro di potere contro un altro centro di potere. Cosi’ che era difficile stabilire se le leggi fossero usabili ormai soltanto come armi tattiche e strategiche nelle guerre tra interessi illeciti oppure se i tribunali per legittimare i loro compiti istituzionali dovessero accreditare l’idea che anche loro erano dei centri di potere e di interessi illeciti come tutti gli altri. Naturalmente, una tale situazione era propizia anche per le associazioni a delinquere di tipo tradizionale, che coi sequestri di persona e gli svaligiamenti di banche si inserivano come un elemento di imprevedibilita’ nella giostra dei miliardi, facendone deviare il flusso verso percorsi sotterranei, da cui prima o poi certo riemergevano in mille forme inaspettate di finanza lecita o illecita. In opposizione al sistema guadagnavano terreno le organizzazioni del terrore che usavano quegli stessi metodi di finanziamento della tradizione fuorilegge e con un ben dosato stillicidio d’ammazzamenti distribuiti tra tutte le categorie di cittadini illustri e oscuri si proponevano come l’unica alternativa globale del sistema. Ma il loro effetto sul sistema era quello di rafforzarlo fino a diventarne il puntello indispensabile e ne confermavano la convinzione di essere il migliore sistema possibile e di non dover cambiare in nulla. Cosi’ tutte le forme di illecito, da quelle piu’ sornione a quelle piu’ feroci, si saldavano in un sistema che aveva una sua stabilita’ e compattezza e coerenza e nel quale moltissime persone potevano trovare il loro vantaggio pratico senza perdere il vantaggio morale di sentirsi con la coscienza a posto. Avrebbero potuto, dunque, dirsi unanimemente felici gli abitanti di quel paese se non fosse stato per una pur sempre numerosa categoria di cittadini cui non si sapeva quale ruolo attribuire: gli onesti.
*
Erano, costoro, onesti, non per qualche speciale ragione (non potevano richiamarsi a grandi principi, ne’ patriottici, ne’ sociali, ne’ religiosi, che non avevano piu’ corso); erano onesti per abitudine mentale, condizionamento caratteriale, tic nervoso, insomma non potevano farci niente se erano cosi’, se le cose che stavano loro a cuore non erano direttamente valutabili in denaro, se la loro testa funzionava sempre in base a quei vieti meccanismi che collegano il guadagno al lavoro, la stima al merito, la soddisfazione propria alla soddisfazione di altra persone. In quel paese di gente che si sentiva sempre con la coscienza a posto, gli onesti erano i soli a farsi sempre gli scrupoli, a chiedersi ogni momento che cosa avrebbero dovuto fare. Sapevano che fare la morale agli altri, indignarsi, predicare la virtu’ sono cose che riscuotono troppo facilmente l’approvazione di tutti, in buona o in mala fede. Il potere non lo trovavano abbastanza interessante per sognarlo per se’ (o almeno quel potere che interessava agli altri), non si facevano illusioni che in altri paesi non ci fossero le stesse magagne, anche se tenute piu’ nascoste; in una societa’ migliore non speravano perche’ sapevano che il peggio e’ sempre piu’ probabile.
Dovevano rassegnarsi all’estinzione? No, la loro consolazione era pensare che, cosi’ come in margine a tutte le societa’ durate millenni s’era perpetuata una controsocieta’ di malandrini, tagliaborse, ladruncoli e gabbamondo, una controsocieta’ che non aveva mai avuto nessuna pretesa di diventare "la" societa’, ma solo di sopravvivere nelle pieghe della societa’ dominante ed affermare il proprio modo di esistere a dispetto dei principi consacrati, e per questo aveva dato di se’ (almeno se vista non troppo da vicino) un’immagine libera, allegra e vitale, cosi’ la controsocieta’ degli onesti forse sarebbe riuscita a persistere ancora per secoli, in margine al costume corrente, senza altra pretesa che di vivere la propria diversita’, di sentirsi dissimile da tutto il resto, e a questo modo magari avrebbe finito per significare qualcosa di essenziale per tutti, per essere immagine di qualcosa che le parole non sanno piu’ dire, di qualcosa che non e’ stato ancora detto e ancora non sappiamo cos’e’.

mercoledì 28 ottobre 2009

Parabola della falena




Immaginiamo allora l'immagine sotto i tratti di una falena, di una farfalla. C'è gente molto seria che pensa di non avere nulla da imparare da questi animaletti e che, di conseguenza, non vorrà mai perdere tempo a guardare passare una farfalla. Questo proprio perché la farfalla non fa che passare e, di conseguenza, rientra nell'ambito dell'accidente più che della sostanza. molta gente crede che ciò che non dura sia meno vero di ciò che dura o che è duro. E' talmente fragile, una farfalla, e dura così poco. (...)
Ci sono però persone più propense a guardare, a osservare, persino a contemplare. Attribuiscono alle forme una potenza di verità. Pensano che il movimento sia più reale dell'immobilità, la trasformazione delle cose più ricca di insegnamenti, forse, delle cose stesse. Queste persone si chiedono se l'accidente non manifesti la verità con altrettanta precisione - visto che ai loro occhi non c'è l'uno senza l'altra - della sostanza stessa. Allora accettano di prendere, e non di perdere, tempo per guardare una farfalla che passa, voglio dire un'immagine che sorprendiamo sulle pareti di un museo o tra le pagine di un album di fotografie. A volte vanno in studio o in laboratorio, seguono la fabbrica dell'immagine, osservano la crisalide, aspettano, con gli occhi ben aperti, le latenze della forma a lungo prigioniera. Talvolta sorprendono un momento della gestazione, vedono formarsi qualcosa: emozione della scoperta. Poi, l'immagine diventa matura - come la farfalla diventa imago - e prende il volo. Altra emozione.

(Georges Didi-Huberman, L'immagine brucia, in AA.VV., Teorie dell'immagine)

sabato 24 ottobre 2009

Super-Kamiokande




...il problema della stabilità della materia barionica è di rilevante importanza in quanto direttamente connesso con la comprensione dell'evoluzione e dello stato attuale dell'Universo. Per spiegare l'attuale sproporzione della quantità di materia ordinaria rispetto all'antimateria presente nell'universo, nel corso della fase iniziale di evoluzione deve essersi verificato uno straordinario fenomeno di violazione del numero barionico, durante il quale l'energia iniziale si è trasformata in materia barionica. In base a molteplici e indipendenti considerazioni si può ipotizzare che tale materia non possa sopravvivere nel tempo in modo indeterminato. Si deve presupporre pertanto che il protone (ed il neutrone), su adeguata scala temporale, sia destinato a decadere. La vita media del nucleone, tN, è rappresentativa della scala di massa del mediatore dell'interazione responsabile del decadimento. Se la massa di tale mediatore è dell'ordine del TeV, come previsto dalle recenti teorie di Grande Unificazione basate sull'estensione Super-Simmetrica del Modello Standard (SUSY-GUT), la vita media del protone risulta essere dell'ordine di tN = 1032-1035 anni...

mercoledì 21 ottobre 2009

Orwelliana: 1946




Freedom of thought and of the press are usually attacked by arguments which are not worth bothering about. Anyone who has experience of lecturing and debating knows them off backwards. Here I am not trying to deal with the familiar claim that freedom is an illusion, or with the claim that there is more freedom in totalitarian countries than in democratic ones, but with the much more tenable and dangerous proposition that freedom is undesirable and that intellectual honesty is a form of anti-social selfishness. Although other aspects of the question are usually in the foreground, the controversy over freedom of speech and of the press is at bottom a controversy of the desirability, or otherwise, of telling lies. What is really at issue is the right to report contemporary events truthfully, or as truthfully as is consistent with the ignorance, bias and self-deception from which every observer necessarily suffers. In saying this I may seem to be saying that straightforward ‘reportage’ is the only branch of literature that matters: but I will try to show later that at every literary level, and probably in every one of the arts, the same issue arises in more or less subtilized forms. Meanwhile, it is necessary to strip away the irrelevancies in which this controversy is usually wrapped up.
(...)
From the totalitarian point of view history is something to be created rather than learned. A totalitarian state is in effect a theocracy, and its ruling caste, in order to keep its position, has to be thought of as infallible. But since, in practice, no one is infallible, it is frequently necessary to rearrange past events in order to show that this or that mistake was not made, or that this or that imaginary triumph actually happened. Then again, every major change in policy demands a corresponding change of doctrine and a revelation of prominent historical figures. This kind of thing happens everywhere, but is clearly likelier to lead to outright falsification in societies where only one opinion is permissible at any given moment. Totalitarianism demands, in fact, the continuous alteration of the past, and in the long run probably demands a disbelief in the very existence of objective truth. The friends of totalitarianism in this country usually tend to argue that since absolute truth is not attainable, a big lie is no worse than a little lie. It is pointed out that all historical records are biased and inaccurate, or on the other hand, that modern physics has proven that what seems to us the real world is an illusion, so that to believe in the evidence of one's senses is simply vulgar philistinism. A totalitarian society which succeeded in perpetuating itself would probably set up a schizophrenic system of thought, in which the laws of common sense held good in everyday life and in certain exact sciences, but could be disregarded by the politician, the historian, and the sociologist. Already there are countless people who would think it scandalous to falsify a scientific textbook, but would see nothing wrong in falsifying an historical fact. It is at the point where literature and politics cross that totalitarianism exerts its greatest pressure on the intellectual. The exact sciences are not, at this date, menaced to anything like the same extent. This partly accounts for the fact that in all countries it is easier for the scientists than for the writers to line up behind their respective governments.

(George Orwell, The Prevention of Literature)

domenica 11 ottobre 2009

La sentenza memorabile


Non c'è nulla a cui generalmente gli uomini siano più inclini che a dar corso alle loro opinioni; quando non ci bastano i mezzi comuni, vi aggiungiamo il comando, la forza, il ferro e il fuoco. E' triste essere al punto che la miglior prova della verità sia la moltitudine dei credenti, in una folla dove i pazzi sono tanto superiori di numero ai saggi. "Quasi vero quidquam sit tam valde, qual nil sapere vulgare" ("Come se ci fosse qualcosa di più comune della mancanza di buon senso", Cicerone, De divinatione, II, XXXIX). "Sanitatis patrocinium est, insanientium turba" ("Bella autorità per la saggezza, una folla di pazzi", Sant'Agostino, Civitas Dei, VI, X). E' difficile  affermare il proprio giudizio contro le opinioni comuni. La convizione più immediata, tratta dal soggetto stesso, afferra i semplici; di là si attacca agli accorti, per l'autorità del numero e l'antichità delle testimonianze. Per quanto mi riguarda, se per qualcosa non credessi a uno, non crederei a cento uni, e non giudico le opinioni dagli anni.

(Michel de Montaigne, in Leonardo Sciascia, Il teatro della memoria. La sentenza memorabile, Adelphi)

martedì 6 ottobre 2009

venerdì 25 settembre 2009

mercoledì 26 agosto 2009

Illuminazioni



Con l'avvento del cristianesimo si diffuse nel mondo un senso di intolleranza, dovuto, penso, alla fede degli ebrei nell'assoluta verità del loro Dio. Non so proprio perchè gli ebrei avrebbero dovuto millantare tali privilegi, se non forse per reazione alla minaccia di venire assorbiti da altri popoli. Gli ebrei, e in particolare i profeti, con la loro esaltazione della giustizia personale e la loro intolleranza hanno causato guai a non finire nella civiltà occidentale.
La Chiesa ha fatto molto scalpore intorno alle persecuzioni dei primi cristiani da parte dell'impero romano, prima di Costantino, quantunque tali persecuzioni siano state piuttosto irrilevanti, discontinue e di carattere prettamente politico. Dal tempo di Costantino alla fine del secolo decimosettimo, i cristiani furono molto più perseguitati da altri cristiani, che non al tempo degli imperatori romani. Prima del cristianesino la persecuzione per motivi religiosi era sconosciuta, tranne che, appunto, fra gli ebrei. Erodoto, ad esempio, descrive senza prevenzioni i costumi dei paesi stranieri da lui visitati. Talvolta critica qualche particolare forma di barbarie, ma, in generale, dimostra molta comprensione per i riti e le usanze degli altri popoli. Non gli passa per la mente che quesi popoli che chiamano Zeus con altro nome debbano essere mandati in massa all'altro mondo il più presto possibile. Invece, questo atteggiamento intollerante è stato caratteristico dei cristiani. Il cristiano moderno è divenuto certamente più tollerante, ma non per merito del cristianesimo. Questo addolcimento del costume è dovuto a generazioni di liberi pensatori, che dal Rinascimento a oggi hanno provocato, nei cristiani, un senso di sana vergogna per molti dei loro tradizionali pregiudizi. E' divertente udire il cristiano odierno esaltare la dolcezza e la ragionevolezza della sua religione, ignorando che questa dolcezza e questa ragionevolezza sono dovute all'insegnamento di uomini, un tempo perseguitati dai cristiani credenti e osservanti.

(Bertrand Russell, Perchè non sono cristiano, TEA)

mercoledì 19 agosto 2009

Contro la velinocrazia


Mary Wollstonecraft, 1792:


Le donne si trovano dunque a vivere in questa deplorevole condizione: per difendere la loro innocenza, eufemismo per ignoranza, le si tiene ben lontane dalla verità e si impone loro un carattere artificioso, prima ancora che le loro facoltà intellettive si siano fortificate.
Fin dall'infanzia si insegna loro che la bellezza è lo scettro della donna e la mente quindi si modella sul corpo e si aggira nella sua gabbia dorata, contenta di adorarne la prigione. Gli uomini possono scegliere attività e occupazioni diverse che li tengono impegnati e concorrono inoltre a dare un carattere alla mente in formazione. Le donne, invece, costrette come sono ad occuparsi di una cosa sola e a concentrarsi costantemente sulla parte più insignificante di se stesse, raramente riescono a guardare al di là del successo di un'ora. Ma se il loro intelletto si emancipasse dalla schiavitù a cui le hanno ridotte l'orgoglio e la sensualità degli uomini, insieme al loro miope desiderio di potere immediato, simile a quello di dominio da parte dei tiranni, allora ci dovremmo sorprendere delle loro debolezze.
E' vero, le donne che ottengono il potere per vie traverse, praticando o favorendo il vizio, perdono evidentemente diritto al posto che assegnerebbe loro la ragione e diventano o schiave abiette o tiranne capricciose. Nel momento in cui acquisiscono quel potere, perdono ogni semplicità e dignità mentale, e agiscono come si vedono agire gli uomini che sono saliti al potere con gli stessi mezzi.
E' giunto quindi il momento di restituire loro la dignità perduta, e di fare in modo che esse, in quanto parte dell'umana specie, si adoperino a trasformare il mondo, iniziando da se stesse.

(in A. Cavarero, F. Restaino, Le filosofie femministe, Bruno Mondadori)

sabato 15 agosto 2009

Ferragosto


Per di più, gli incanti che, debbo ammetterlo, ha il mare, ci vengono ormai negati. Come un animale invecchiato la cui corazza diventa sempre più spessa e forma attorno al corpo una crosta impermeabile che non permette più all'epidermide di respirare, accelerando così il processo di senescenza, nella maggior parte dei paesi europei le coste si ostruiscono di ville, di alberghi e di casinò. Invece di anticipare come una volta la solitudine oceanica, il litorale diventa una specie di fronte su cui gli uomini mobilitano periodicamente tutte le loro forze, per dar l'assalto a una libertà che contrasta con il prezzo delle condizioni accettate per conseguirla. Le spiagge sulle quali il mare ci abbandonava i frutti di un'agitazione millenaria, stupefacente galleria la cui natura è sempre all'avanguardia, sotto il calpestio delle folle servono solo ormai a disporre e a esporre rifiuti.

(Claude Lévi-Strauss, Tristi Tropici, Il Saggiatore)

mercoledì 12 agosto 2009

Dissacrazioni


In effetti Stifter mi ricorda continuamente Heidegger, quel ridicolo filisteo nazionalsocialista coi pantaloni alla zuava. Se Stifter, con incredibile sfrontatezza, ha annegato nel kitsch l'alta letteratura, Heidegger, il filosofo della Foresta Nera Heidegger, ha annegato nel kitsch la filosofia, Heidegger e Stifter, ciascuno per suo conto e a suo modo, hanno implacabilmente annegato nel kitsch letteratura e filosofia. Heidegger, sulle cui orme si sono mosse le generazioni della guerra e del dopoguerra, sommergendolo con stupide e disgustose tesi di dottorato quando ancora era in vita, Heidegger me lo vedo sempre seduto sulla panchina davanti a casa sua nella Foresta Nera accanto a sua moglie, la quale, nel suo perverso entusiasmo per il lavoro a maglia, lavora ininterrottamente per confezionargli le calze invernali con la lana che lei stessa ha tosata dalle loro pecore heideggeriane. Heidegger non riesco a vederlo altrimenti che seduto sulla panca davanti a casa sua nella Foresta Nera, e accanto a lui vedo sua moglie che lo ha completamente soggiogato per tutta la vita, e che a maglia gli lavorava tutte le calze, e all'uncinetto tutti i berretti, e gli infornava il pane, e gli tesseva le lenzuola, e gli confezionava personalmente persino i sandali. Heidegger era una mente inzuppata di kitsch, diceva Reger, esattamente come Stifter, eppure assai più ridicolo ancora di Stifter, che era stato davvero una tragica apparizione, a differenza di heidegger che è sempre stato soltanto comico, piccolo borghese come Stifter, altrettanto spaventosamente megalomane, un imbecille delle Prealpi, credo, giusto quello che ci vuole per il minestrone della filosofia tedesca.

(Thomas Bernhard, Antichi Maestri, Adelphi)

giovedì 6 agosto 2009

Libertà


Ma, verso il 1928, gli studenti del primo anno delle diverse facoltà si dividevano in due specie, si potrebbe quasi dire in due razze diverse: diritto e medicina da una parte, lettere e scienze dall'altra.
Per quanto poco simpatici possano essere i termini "estrovertito" e "introvertito" sono senza dubbio i più adatti a esprimere questa opposizione. Da un lato una "giovinezza" (nel senso che il folclore tradizionale dà a questo termine per designare un determinato momento della vita) rumorosa, aggressiva, preoccupata di affermarsi anche a prezzo della peggiore volgarità, politicamente orientata verso l'estrema destra (di allora); dall'altro, adolescenti prematuramente invecchiati, discreti, riservati, abitualmente a "sinistra", che già si adoperavano per farsi ammettere nel numero di quegli adulti che tentavano di imitare.
La spiegazione di questa differenza è abbastanza semplice. I primi, che si preparano all'esercizio di una professione, celebrano, con la loro condotta, l'emancipazione della scuola e una posizione già acquisita nel sistema delle funzioni sociali. Poiché si trovano in mezzo fra l'essere indifferenziato del liceale e l'attività specializzata a cui si dedicheranno, si sentono in una situazione marginale e rivendicano i privilegi contraddittori dell'una e dell'altra condizione.
A lettere e scienze, al contrario, gli sbocchi abituali: professorato, indagine scientifica e altre carriere imprecise, hanno un'altra natura. Lo studente che sceglie questa strada non dice addio all'universo infantile: si applica piuttosto a rimanerci. Il professorato non è forse il solo modo offerto agli adulti per restare a scuola? Lo studente di lettere o di scienze è caratterizzato da una specie di rifiuto che oppone alle esigenze del gruppo. Una inclinazione quasi conventuale lo spinge a ripiegarsi temporaneamente o in maniera più durevole nello studio, la preservazione e la trasmissione di un patrimonio indipendente dall'ora che passa; quanto al futuro scienziato, il suo oggetto è commensurabile soltanto con la durata del'universo. Nulla è dunque più erroneo che il volerli persuadere a impegnarsi; anche quando credono di farlo, il loro impegno non consiste nell'accettare un dato di fatto, nell'identificarsi in una delle sue funzioni, nell'assumerne la possibilità e i rischi personali; ma nel giudicarlo dal di fuori e come se non ne facessero parte essi stessi; quell'impegno è ancora un modo particolare di restare liberi. L'insegnamento e l'indagine scientifica non si confondono, da questo punto di vista, con il tirocinio e il mestiere. La loro grandezza e la loro miseria è appunto di essere un rifugio e una missione.

(Claude Lévi-Strauss, Tristi Tropici, il Saggiatore)

mercoledì 5 agosto 2009

Il Dio delle piante


Tutto nella pianta fermenta e ribolle sotto l'azione della luce; nella luce essa si infiamma d'un superiore sentimento della propria esistenza, nel mentre, al contempo, si rende conto dell'effetto su di sé di qualcosa di superiore. Essa, mentre guarda il sole, contempla faccia a faccia il suo Dio nella pienezza del Suo splendore. Il sole è un raggiante occhio di Dio, cui la pianta si rivolge e con cui il suo Dio le restituisce lo sguardo. Hegel nella sua Filosofia della natura fa questa bella osservazione: "Se di sera si entra da levante in un prato pieno di fiori, non si vedono che pochi fiori, o forse nessuno, perchè tutti i fiori sono volti verso il sole; guardando da ponente, tutto è una pompa di fiori. Anche di buon mattino, venendo da levante, non si vede alcun fiore. Solo quando il sole si fa sentire, i fiori si volgono ad Oriente". Non è forse come se i fiori del prato compissero in comune il servizio divino del vespro e poi si addormentassero col viso ancora rivolto a Dio? Ma Dio vuole che essi ottengano sempre nuova gioia nel cercarlo e nel contemplarlo. Perciò Egli di notte si ritira nascostamente dietro di essi e al mattino presto li sveglia e domanda loro: dove sono? E ogni fiore volge il suo capo sino a che Lo abbia di nuovo trovato e per tutto il giorno si protende alla Sua immagine.

(Gustav Theodor Fechner, Nanna o L'anima delle piante, Adelphi)

L'anima delle piante


Non si può affatto affermare che in sé le manifestazioni della vita delle piante non permettano di essere interpretate psichicamente. Perché non ci dovrebbero essere, oltre le anime che camminano, gridano, mangiano, anche anime che silenziosamente fioriscono e spandono odori, e appagano la loro sete nell'assorbimento della rugiada, i loro impulsi nello spinger fuori le gemme e le loro ancor più alte brame nella ricerca della luce? Io non so perchè il camminare e il gridare debba, a preferenza del fiorire e dello spandere odori, essere ritenuto quale depositario della psichicità; non so perché la forma elegantemente costrutta e bellamente ornata d'una pianta sia meno degna di albergare un'anima dell'informe corpo di un lombrico. Forse che il verme ci guarda con maggior espressione spirituale d'un nontiscordardimé? Forse che il frugare nell'oscurità sotto la terra manifesta un impulso più libero e una maggior capacità di sensazione dell'innalzarsi sulla terra nel limpido regno della luce e dell'incessante sforzo per svilupparsi e ricavare da sé il proprio sviluppo?

(Gustav Theodor Fechner, Nanna o L'anima delle piante, Adelphi)

domenica 2 agosto 2009

Nullafacenti


I miei genitori, per citare un altro esempio del contrasto che li opponeva a mio zio Georg, odiavano il cosiddetto far nulla, perché non riuscivano neanche a figurarsi che un uomo di pensiero non conosce affatto il far nulla e non può affatto permetterselo, che un uomo di pensiero vive nella massima tensione e con interesse sommo proprio quando, per così dire, rende omaggio al far nulla, perchè loro non sapevano che farsene del loro effettivo far nulla, perché nel loro far nulla non accadeva effettivamente nulla, perchè loro in verità e in realtà non erano affatto in grado di pensare, figurarsi di condurre un processo intellettuale. Per l'uomo di pensiero il cosiddetto far nulla non è neanche possibile. Il loro far nulla era invece un effettivo far nulla, perché nulla accadeva in loro quando non facevano nulla. Mentre, esattamente al contrario, l'uomo di pensiero è al culmine della sua attività quando, per così dire, non fa nulla. Ma è impossibile renderlo plausibile a coloro che effettivamente non fanno nulla, come i miei genitori e i miei in generale. D'altra parte, però, loro intuivano di che natura fosse il far nulla di mio zio Georg, perché, proprio siccome lo intuivano, lo odiavano, perchè intuivano che il suo far nulla, siccome era un far nulla diverso, anzi esattamente opposto al loro, non solo poteva diventare pericoloso, ma era sempre pericoloso. Agli occhi di coloro che per far nulla intendono effettivamente far nulla, e che in quanto nullafacenti effettivamente non fanno nulla, perchè durante il far nulla in loro non accade assolutamente nulla, colui che non fa nulla in quanto uomo di pensiero è effettivamente il massimo pericolo e quindi l'uomo più pericoloso. Lo odiano perchè, com'è naturale, non possono disprezzarlo.

(Thomas Bernhard, Estinzione, Adelphi)

venerdì 31 luglio 2009

L'astronauta morto


Cape Kennedy è ormai senza vita e le sue piattaforme si innalzano dalle dune deserte. La sabbia è penetrata attraversando il fiume Banana e ha riempito gli affluenti, trasformando il vecchio complesso spaziale in una distesa desolata di paludi e di cemento in rovina. D'estate, i cacciatori si preparavano un riparo nelle auto abbandonate dal personale, ma all'inzio di novembre, quando arrivammo Judith e io, l'intera area era stata abbandonata. Al di là di Cocoa Beach, dove fermai la macchina, i motel cadenti erano seminascosti dall'erba alta. Le torri di lancio si ergevano nell'aria della sera come le cifre arrugginite di una sorta di algebra celeste.

(J. G. Ballard, L'astronauta morto, in Tutti i racconti Vol. 2 1963-1968, Fanucci Editore)

Galassia