mercoledì 26 agosto 2009

Illuminazioni



Con l'avvento del cristianesimo si diffuse nel mondo un senso di intolleranza, dovuto, penso, alla fede degli ebrei nell'assoluta verità del loro Dio. Non so proprio perchè gli ebrei avrebbero dovuto millantare tali privilegi, se non forse per reazione alla minaccia di venire assorbiti da altri popoli. Gli ebrei, e in particolare i profeti, con la loro esaltazione della giustizia personale e la loro intolleranza hanno causato guai a non finire nella civiltà occidentale.
La Chiesa ha fatto molto scalpore intorno alle persecuzioni dei primi cristiani da parte dell'impero romano, prima di Costantino, quantunque tali persecuzioni siano state piuttosto irrilevanti, discontinue e di carattere prettamente politico. Dal tempo di Costantino alla fine del secolo decimosettimo, i cristiani furono molto più perseguitati da altri cristiani, che non al tempo degli imperatori romani. Prima del cristianesino la persecuzione per motivi religiosi era sconosciuta, tranne che, appunto, fra gli ebrei. Erodoto, ad esempio, descrive senza prevenzioni i costumi dei paesi stranieri da lui visitati. Talvolta critica qualche particolare forma di barbarie, ma, in generale, dimostra molta comprensione per i riti e le usanze degli altri popoli. Non gli passa per la mente che quesi popoli che chiamano Zeus con altro nome debbano essere mandati in massa all'altro mondo il più presto possibile. Invece, questo atteggiamento intollerante è stato caratteristico dei cristiani. Il cristiano moderno è divenuto certamente più tollerante, ma non per merito del cristianesimo. Questo addolcimento del costume è dovuto a generazioni di liberi pensatori, che dal Rinascimento a oggi hanno provocato, nei cristiani, un senso di sana vergogna per molti dei loro tradizionali pregiudizi. E' divertente udire il cristiano odierno esaltare la dolcezza e la ragionevolezza della sua religione, ignorando che questa dolcezza e questa ragionevolezza sono dovute all'insegnamento di uomini, un tempo perseguitati dai cristiani credenti e osservanti.

(Bertrand Russell, Perchè non sono cristiano, TEA)

mercoledì 19 agosto 2009

Contro la velinocrazia


Mary Wollstonecraft, 1792:


Le donne si trovano dunque a vivere in questa deplorevole condizione: per difendere la loro innocenza, eufemismo per ignoranza, le si tiene ben lontane dalla verità e si impone loro un carattere artificioso, prima ancora che le loro facoltà intellettive si siano fortificate.
Fin dall'infanzia si insegna loro che la bellezza è lo scettro della donna e la mente quindi si modella sul corpo e si aggira nella sua gabbia dorata, contenta di adorarne la prigione. Gli uomini possono scegliere attività e occupazioni diverse che li tengono impegnati e concorrono inoltre a dare un carattere alla mente in formazione. Le donne, invece, costrette come sono ad occuparsi di una cosa sola e a concentrarsi costantemente sulla parte più insignificante di se stesse, raramente riescono a guardare al di là del successo di un'ora. Ma se il loro intelletto si emancipasse dalla schiavitù a cui le hanno ridotte l'orgoglio e la sensualità degli uomini, insieme al loro miope desiderio di potere immediato, simile a quello di dominio da parte dei tiranni, allora ci dovremmo sorprendere delle loro debolezze.
E' vero, le donne che ottengono il potere per vie traverse, praticando o favorendo il vizio, perdono evidentemente diritto al posto che assegnerebbe loro la ragione e diventano o schiave abiette o tiranne capricciose. Nel momento in cui acquisiscono quel potere, perdono ogni semplicità e dignità mentale, e agiscono come si vedono agire gli uomini che sono saliti al potere con gli stessi mezzi.
E' giunto quindi il momento di restituire loro la dignità perduta, e di fare in modo che esse, in quanto parte dell'umana specie, si adoperino a trasformare il mondo, iniziando da se stesse.

(in A. Cavarero, F. Restaino, Le filosofie femministe, Bruno Mondadori)

sabato 15 agosto 2009

Ferragosto


Per di più, gli incanti che, debbo ammetterlo, ha il mare, ci vengono ormai negati. Come un animale invecchiato la cui corazza diventa sempre più spessa e forma attorno al corpo una crosta impermeabile che non permette più all'epidermide di respirare, accelerando così il processo di senescenza, nella maggior parte dei paesi europei le coste si ostruiscono di ville, di alberghi e di casinò. Invece di anticipare come una volta la solitudine oceanica, il litorale diventa una specie di fronte su cui gli uomini mobilitano periodicamente tutte le loro forze, per dar l'assalto a una libertà che contrasta con il prezzo delle condizioni accettate per conseguirla. Le spiagge sulle quali il mare ci abbandonava i frutti di un'agitazione millenaria, stupefacente galleria la cui natura è sempre all'avanguardia, sotto il calpestio delle folle servono solo ormai a disporre e a esporre rifiuti.

(Claude Lévi-Strauss, Tristi Tropici, Il Saggiatore)

mercoledì 12 agosto 2009

Dissacrazioni


In effetti Stifter mi ricorda continuamente Heidegger, quel ridicolo filisteo nazionalsocialista coi pantaloni alla zuava. Se Stifter, con incredibile sfrontatezza, ha annegato nel kitsch l'alta letteratura, Heidegger, il filosofo della Foresta Nera Heidegger, ha annegato nel kitsch la filosofia, Heidegger e Stifter, ciascuno per suo conto e a suo modo, hanno implacabilmente annegato nel kitsch letteratura e filosofia. Heidegger, sulle cui orme si sono mosse le generazioni della guerra e del dopoguerra, sommergendolo con stupide e disgustose tesi di dottorato quando ancora era in vita, Heidegger me lo vedo sempre seduto sulla panchina davanti a casa sua nella Foresta Nera accanto a sua moglie, la quale, nel suo perverso entusiasmo per il lavoro a maglia, lavora ininterrottamente per confezionargli le calze invernali con la lana che lei stessa ha tosata dalle loro pecore heideggeriane. Heidegger non riesco a vederlo altrimenti che seduto sulla panca davanti a casa sua nella Foresta Nera, e accanto a lui vedo sua moglie che lo ha completamente soggiogato per tutta la vita, e che a maglia gli lavorava tutte le calze, e all'uncinetto tutti i berretti, e gli infornava il pane, e gli tesseva le lenzuola, e gli confezionava personalmente persino i sandali. Heidegger era una mente inzuppata di kitsch, diceva Reger, esattamente come Stifter, eppure assai più ridicolo ancora di Stifter, che era stato davvero una tragica apparizione, a differenza di heidegger che è sempre stato soltanto comico, piccolo borghese come Stifter, altrettanto spaventosamente megalomane, un imbecille delle Prealpi, credo, giusto quello che ci vuole per il minestrone della filosofia tedesca.

(Thomas Bernhard, Antichi Maestri, Adelphi)

giovedì 6 agosto 2009

Libertà


Ma, verso il 1928, gli studenti del primo anno delle diverse facoltà si dividevano in due specie, si potrebbe quasi dire in due razze diverse: diritto e medicina da una parte, lettere e scienze dall'altra.
Per quanto poco simpatici possano essere i termini "estrovertito" e "introvertito" sono senza dubbio i più adatti a esprimere questa opposizione. Da un lato una "giovinezza" (nel senso che il folclore tradizionale dà a questo termine per designare un determinato momento della vita) rumorosa, aggressiva, preoccupata di affermarsi anche a prezzo della peggiore volgarità, politicamente orientata verso l'estrema destra (di allora); dall'altro, adolescenti prematuramente invecchiati, discreti, riservati, abitualmente a "sinistra", che già si adoperavano per farsi ammettere nel numero di quegli adulti che tentavano di imitare.
La spiegazione di questa differenza è abbastanza semplice. I primi, che si preparano all'esercizio di una professione, celebrano, con la loro condotta, l'emancipazione della scuola e una posizione già acquisita nel sistema delle funzioni sociali. Poiché si trovano in mezzo fra l'essere indifferenziato del liceale e l'attività specializzata a cui si dedicheranno, si sentono in una situazione marginale e rivendicano i privilegi contraddittori dell'una e dell'altra condizione.
A lettere e scienze, al contrario, gli sbocchi abituali: professorato, indagine scientifica e altre carriere imprecise, hanno un'altra natura. Lo studente che sceglie questa strada non dice addio all'universo infantile: si applica piuttosto a rimanerci. Il professorato non è forse il solo modo offerto agli adulti per restare a scuola? Lo studente di lettere o di scienze è caratterizzato da una specie di rifiuto che oppone alle esigenze del gruppo. Una inclinazione quasi conventuale lo spinge a ripiegarsi temporaneamente o in maniera più durevole nello studio, la preservazione e la trasmissione di un patrimonio indipendente dall'ora che passa; quanto al futuro scienziato, il suo oggetto è commensurabile soltanto con la durata del'universo. Nulla è dunque più erroneo che il volerli persuadere a impegnarsi; anche quando credono di farlo, il loro impegno non consiste nell'accettare un dato di fatto, nell'identificarsi in una delle sue funzioni, nell'assumerne la possibilità e i rischi personali; ma nel giudicarlo dal di fuori e come se non ne facessero parte essi stessi; quell'impegno è ancora un modo particolare di restare liberi. L'insegnamento e l'indagine scientifica non si confondono, da questo punto di vista, con il tirocinio e il mestiere. La loro grandezza e la loro miseria è appunto di essere un rifugio e una missione.

(Claude Lévi-Strauss, Tristi Tropici, il Saggiatore)

mercoledì 5 agosto 2009

Il Dio delle piante


Tutto nella pianta fermenta e ribolle sotto l'azione della luce; nella luce essa si infiamma d'un superiore sentimento della propria esistenza, nel mentre, al contempo, si rende conto dell'effetto su di sé di qualcosa di superiore. Essa, mentre guarda il sole, contempla faccia a faccia il suo Dio nella pienezza del Suo splendore. Il sole è un raggiante occhio di Dio, cui la pianta si rivolge e con cui il suo Dio le restituisce lo sguardo. Hegel nella sua Filosofia della natura fa questa bella osservazione: "Se di sera si entra da levante in un prato pieno di fiori, non si vedono che pochi fiori, o forse nessuno, perchè tutti i fiori sono volti verso il sole; guardando da ponente, tutto è una pompa di fiori. Anche di buon mattino, venendo da levante, non si vede alcun fiore. Solo quando il sole si fa sentire, i fiori si volgono ad Oriente". Non è forse come se i fiori del prato compissero in comune il servizio divino del vespro e poi si addormentassero col viso ancora rivolto a Dio? Ma Dio vuole che essi ottengano sempre nuova gioia nel cercarlo e nel contemplarlo. Perciò Egli di notte si ritira nascostamente dietro di essi e al mattino presto li sveglia e domanda loro: dove sono? E ogni fiore volge il suo capo sino a che Lo abbia di nuovo trovato e per tutto il giorno si protende alla Sua immagine.

(Gustav Theodor Fechner, Nanna o L'anima delle piante, Adelphi)

L'anima delle piante


Non si può affatto affermare che in sé le manifestazioni della vita delle piante non permettano di essere interpretate psichicamente. Perché non ci dovrebbero essere, oltre le anime che camminano, gridano, mangiano, anche anime che silenziosamente fioriscono e spandono odori, e appagano la loro sete nell'assorbimento della rugiada, i loro impulsi nello spinger fuori le gemme e le loro ancor più alte brame nella ricerca della luce? Io non so perchè il camminare e il gridare debba, a preferenza del fiorire e dello spandere odori, essere ritenuto quale depositario della psichicità; non so perché la forma elegantemente costrutta e bellamente ornata d'una pianta sia meno degna di albergare un'anima dell'informe corpo di un lombrico. Forse che il verme ci guarda con maggior espressione spirituale d'un nontiscordardimé? Forse che il frugare nell'oscurità sotto la terra manifesta un impulso più libero e una maggior capacità di sensazione dell'innalzarsi sulla terra nel limpido regno della luce e dell'incessante sforzo per svilupparsi e ricavare da sé il proprio sviluppo?

(Gustav Theodor Fechner, Nanna o L'anima delle piante, Adelphi)

domenica 2 agosto 2009

Nullafacenti


I miei genitori, per citare un altro esempio del contrasto che li opponeva a mio zio Georg, odiavano il cosiddetto far nulla, perché non riuscivano neanche a figurarsi che un uomo di pensiero non conosce affatto il far nulla e non può affatto permetterselo, che un uomo di pensiero vive nella massima tensione e con interesse sommo proprio quando, per così dire, rende omaggio al far nulla, perchè loro non sapevano che farsene del loro effettivo far nulla, perché nel loro far nulla non accadeva effettivamente nulla, perchè loro in verità e in realtà non erano affatto in grado di pensare, figurarsi di condurre un processo intellettuale. Per l'uomo di pensiero il cosiddetto far nulla non è neanche possibile. Il loro far nulla era invece un effettivo far nulla, perché nulla accadeva in loro quando non facevano nulla. Mentre, esattamente al contrario, l'uomo di pensiero è al culmine della sua attività quando, per così dire, non fa nulla. Ma è impossibile renderlo plausibile a coloro che effettivamente non fanno nulla, come i miei genitori e i miei in generale. D'altra parte, però, loro intuivano di che natura fosse il far nulla di mio zio Georg, perché, proprio siccome lo intuivano, lo odiavano, perchè intuivano che il suo far nulla, siccome era un far nulla diverso, anzi esattamente opposto al loro, non solo poteva diventare pericoloso, ma era sempre pericoloso. Agli occhi di coloro che per far nulla intendono effettivamente far nulla, e che in quanto nullafacenti effettivamente non fanno nulla, perchè durante il far nulla in loro non accade assolutamente nulla, colui che non fa nulla in quanto uomo di pensiero è effettivamente il massimo pericolo e quindi l'uomo più pericoloso. Lo odiano perchè, com'è naturale, non possono disprezzarlo.

(Thomas Bernhard, Estinzione, Adelphi)