mercoledì 19 agosto 2009

Contro la velinocrazia


Mary Wollstonecraft, 1792:


Le donne si trovano dunque a vivere in questa deplorevole condizione: per difendere la loro innocenza, eufemismo per ignoranza, le si tiene ben lontane dalla verità e si impone loro un carattere artificioso, prima ancora che le loro facoltà intellettive si siano fortificate.
Fin dall'infanzia si insegna loro che la bellezza è lo scettro della donna e la mente quindi si modella sul corpo e si aggira nella sua gabbia dorata, contenta di adorarne la prigione. Gli uomini possono scegliere attività e occupazioni diverse che li tengono impegnati e concorrono inoltre a dare un carattere alla mente in formazione. Le donne, invece, costrette come sono ad occuparsi di una cosa sola e a concentrarsi costantemente sulla parte più insignificante di se stesse, raramente riescono a guardare al di là del successo di un'ora. Ma se il loro intelletto si emancipasse dalla schiavitù a cui le hanno ridotte l'orgoglio e la sensualità degli uomini, insieme al loro miope desiderio di potere immediato, simile a quello di dominio da parte dei tiranni, allora ci dovremmo sorprendere delle loro debolezze.
E' vero, le donne che ottengono il potere per vie traverse, praticando o favorendo il vizio, perdono evidentemente diritto al posto che assegnerebbe loro la ragione e diventano o schiave abiette o tiranne capricciose. Nel momento in cui acquisiscono quel potere, perdono ogni semplicità e dignità mentale, e agiscono come si vedono agire gli uomini che sono saliti al potere con gli stessi mezzi.
E' giunto quindi il momento di restituire loro la dignità perduta, e di fare in modo che esse, in quanto parte dell'umana specie, si adoperino a trasformare il mondo, iniziando da se stesse.

(in A. Cavarero, F. Restaino, Le filosofie femministe, Bruno Mondadori)

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