mercoledì 28 ottobre 2009

Parabola della falena




Immaginiamo allora l'immagine sotto i tratti di una falena, di una farfalla. C'è gente molto seria che pensa di non avere nulla da imparare da questi animaletti e che, di conseguenza, non vorrà mai perdere tempo a guardare passare una farfalla. Questo proprio perché la farfalla non fa che passare e, di conseguenza, rientra nell'ambito dell'accidente più che della sostanza. molta gente crede che ciò che non dura sia meno vero di ciò che dura o che è duro. E' talmente fragile, una farfalla, e dura così poco. (...)
Ci sono però persone più propense a guardare, a osservare, persino a contemplare. Attribuiscono alle forme una potenza di verità. Pensano che il movimento sia più reale dell'immobilità, la trasformazione delle cose più ricca di insegnamenti, forse, delle cose stesse. Queste persone si chiedono se l'accidente non manifesti la verità con altrettanta precisione - visto che ai loro occhi non c'è l'uno senza l'altra - della sostanza stessa. Allora accettano di prendere, e non di perdere, tempo per guardare una farfalla che passa, voglio dire un'immagine che sorprendiamo sulle pareti di un museo o tra le pagine di un album di fotografie. A volte vanno in studio o in laboratorio, seguono la fabbrica dell'immagine, osservano la crisalide, aspettano, con gli occhi ben aperti, le latenze della forma a lungo prigioniera. Talvolta sorprendono un momento della gestazione, vedono formarsi qualcosa: emozione della scoperta. Poi, l'immagine diventa matura - come la farfalla diventa imago - e prende il volo. Altra emozione.

(Georges Didi-Huberman, L'immagine brucia, in AA.VV., Teorie dell'immagine)

sabato 24 ottobre 2009

Super-Kamiokande




...il problema della stabilità della materia barionica è di rilevante importanza in quanto direttamente connesso con la comprensione dell'evoluzione e dello stato attuale dell'Universo. Per spiegare l'attuale sproporzione della quantità di materia ordinaria rispetto all'antimateria presente nell'universo, nel corso della fase iniziale di evoluzione deve essersi verificato uno straordinario fenomeno di violazione del numero barionico, durante il quale l'energia iniziale si è trasformata in materia barionica. In base a molteplici e indipendenti considerazioni si può ipotizzare che tale materia non possa sopravvivere nel tempo in modo indeterminato. Si deve presupporre pertanto che il protone (ed il neutrone), su adeguata scala temporale, sia destinato a decadere. La vita media del nucleone, tN, è rappresentativa della scala di massa del mediatore dell'interazione responsabile del decadimento. Se la massa di tale mediatore è dell'ordine del TeV, come previsto dalle recenti teorie di Grande Unificazione basate sull'estensione Super-Simmetrica del Modello Standard (SUSY-GUT), la vita media del protone risulta essere dell'ordine di tN = 1032-1035 anni...

mercoledì 21 ottobre 2009

Orwelliana: 1946




Freedom of thought and of the press are usually attacked by arguments which are not worth bothering about. Anyone who has experience of lecturing and debating knows them off backwards. Here I am not trying to deal with the familiar claim that freedom is an illusion, or with the claim that there is more freedom in totalitarian countries than in democratic ones, but with the much more tenable and dangerous proposition that freedom is undesirable and that intellectual honesty is a form of anti-social selfishness. Although other aspects of the question are usually in the foreground, the controversy over freedom of speech and of the press is at bottom a controversy of the desirability, or otherwise, of telling lies. What is really at issue is the right to report contemporary events truthfully, or as truthfully as is consistent with the ignorance, bias and self-deception from which every observer necessarily suffers. In saying this I may seem to be saying that straightforward ‘reportage’ is the only branch of literature that matters: but I will try to show later that at every literary level, and probably in every one of the arts, the same issue arises in more or less subtilized forms. Meanwhile, it is necessary to strip away the irrelevancies in which this controversy is usually wrapped up.
(...)
From the totalitarian point of view history is something to be created rather than learned. A totalitarian state is in effect a theocracy, and its ruling caste, in order to keep its position, has to be thought of as infallible. But since, in practice, no one is infallible, it is frequently necessary to rearrange past events in order to show that this or that mistake was not made, or that this or that imaginary triumph actually happened. Then again, every major change in policy demands a corresponding change of doctrine and a revelation of prominent historical figures. This kind of thing happens everywhere, but is clearly likelier to lead to outright falsification in societies where only one opinion is permissible at any given moment. Totalitarianism demands, in fact, the continuous alteration of the past, and in the long run probably demands a disbelief in the very existence of objective truth. The friends of totalitarianism in this country usually tend to argue that since absolute truth is not attainable, a big lie is no worse than a little lie. It is pointed out that all historical records are biased and inaccurate, or on the other hand, that modern physics has proven that what seems to us the real world is an illusion, so that to believe in the evidence of one's senses is simply vulgar philistinism. A totalitarian society which succeeded in perpetuating itself would probably set up a schizophrenic system of thought, in which the laws of common sense held good in everyday life and in certain exact sciences, but could be disregarded by the politician, the historian, and the sociologist. Already there are countless people who would think it scandalous to falsify a scientific textbook, but would see nothing wrong in falsifying an historical fact. It is at the point where literature and politics cross that totalitarianism exerts its greatest pressure on the intellectual. The exact sciences are not, at this date, menaced to anything like the same extent. This partly accounts for the fact that in all countries it is easier for the scientists than for the writers to line up behind their respective governments.

(George Orwell, The Prevention of Literature)

domenica 11 ottobre 2009

La sentenza memorabile


Non c'è nulla a cui generalmente gli uomini siano più inclini che a dar corso alle loro opinioni; quando non ci bastano i mezzi comuni, vi aggiungiamo il comando, la forza, il ferro e il fuoco. E' triste essere al punto che la miglior prova della verità sia la moltitudine dei credenti, in una folla dove i pazzi sono tanto superiori di numero ai saggi. "Quasi vero quidquam sit tam valde, qual nil sapere vulgare" ("Come se ci fosse qualcosa di più comune della mancanza di buon senso", Cicerone, De divinatione, II, XXXIX). "Sanitatis patrocinium est, insanientium turba" ("Bella autorità per la saggezza, una folla di pazzi", Sant'Agostino, Civitas Dei, VI, X). E' difficile  affermare il proprio giudizio contro le opinioni comuni. La convizione più immediata, tratta dal soggetto stesso, afferra i semplici; di là si attacca agli accorti, per l'autorità del numero e l'antichità delle testimonianze. Per quanto mi riguarda, se per qualcosa non credessi a uno, non crederei a cento uni, e non giudico le opinioni dagli anni.

(Michel de Montaigne, in Leonardo Sciascia, Il teatro della memoria. La sentenza memorabile, Adelphi)

martedì 6 ottobre 2009