mercoledì 28 ottobre 2009

Parabola della falena




Immaginiamo allora l'immagine sotto i tratti di una falena, di una farfalla. C'è gente molto seria che pensa di non avere nulla da imparare da questi animaletti e che, di conseguenza, non vorrà mai perdere tempo a guardare passare una farfalla. Questo proprio perché la farfalla non fa che passare e, di conseguenza, rientra nell'ambito dell'accidente più che della sostanza. molta gente crede che ciò che non dura sia meno vero di ciò che dura o che è duro. E' talmente fragile, una farfalla, e dura così poco. (...)
Ci sono però persone più propense a guardare, a osservare, persino a contemplare. Attribuiscono alle forme una potenza di verità. Pensano che il movimento sia più reale dell'immobilità, la trasformazione delle cose più ricca di insegnamenti, forse, delle cose stesse. Queste persone si chiedono se l'accidente non manifesti la verità con altrettanta precisione - visto che ai loro occhi non c'è l'uno senza l'altra - della sostanza stessa. Allora accettano di prendere, e non di perdere, tempo per guardare una farfalla che passa, voglio dire un'immagine che sorprendiamo sulle pareti di un museo o tra le pagine di un album di fotografie. A volte vanno in studio o in laboratorio, seguono la fabbrica dell'immagine, osservano la crisalide, aspettano, con gli occhi ben aperti, le latenze della forma a lungo prigioniera. Talvolta sorprendono un momento della gestazione, vedono formarsi qualcosa: emozione della scoperta. Poi, l'immagine diventa matura - come la farfalla diventa imago - e prende il volo. Altra emozione.

(Georges Didi-Huberman, L'immagine brucia, in AA.VV., Teorie dell'immagine)

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