mercoledì 23 dicembre 2009

lunedì 14 dicembre 2009

Natale



 
Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.
Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.
Qui ad Atene noi facciamo così.
La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.
Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.
Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.
E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.
Qui ad Atene noi facciamo così.
Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.
Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.
Noi crediamo che la felicità sia il frutto della libertà, ma la libertà sia solo il frutto del valore.
Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.
Qui ad Atene noi facciamo così.
 
(Pericle,  Discorso agli Ateniesi, 461 a.C.)

mercoledì 9 dicembre 2009

Natale?




L'allegoria ha tralasciato nel XIX secolo il mondo esterno per stabilirsi nel mondo interno. La reliquia viene dal cadavere, la rimemorazione dall'esperienza defunta che con un eufemismo viene chiamata esperienza vissuta.

(Walter Benjamin, cit. in Franco Rella, Scritture estreme, Feltrinelli)

martedì 8 dicembre 2009

Inattualmente




"D'altronde detesto tutto ciò che mi istruisce soltanto, senza ampliare o eccitare immediatamente la mia attività." Con queste parole Goethe, come con un ceterum censeo espresso con vigore, può cominciare la nostra considerazione sul valore e non-valore della storia. In essa si vuole dimostrare, infatti, perchè si debba detestare seriamente, secondo le parole di Goethe, un'istruzione che non vivifichi, un sapere in cui l'attività si indebolisca, la storia come un prezioso superfluo e un lusso della conoscenza - per la ragione, cioè, che fa difetto in tutto ciò il più necessario e perchè il superfluo è nemico del necessario. Certamente noi abbiamo bisogno di storia, ma in modo diverso di come ne ha bisogno il raffinato indolente nel giardino del sapere, anche se costui potrebbe guardare dall'alto i nostri duri e rozzi bisogni e necessità. Cioè, noi ne abbiamo bisogno per la vita e per l'azione, non per un comodo voltar le spalle alla vita e all'azione vile e cattiva. Noi vogliamo servire la storia nei limiti in cui essa serve la vita: ma vi è un grado di fare storia e una valutazione della stessa, in cui la vita deperisce e degenera: un fenomeno che oggi è necessario esperire sulla base dei rimarchevoli sintomi del nostro tempo, nella stessa misura in cui può essere doloroso.

(Friedrich Wilhelm Nietzsche, Sull'utilità e il danno della storia per la vita, in Opere 1870/1881, Newton)

domenica 6 dicembre 2009

Appassirà così l'immagine viva della ragione in fiamme




So bene che facendo questa ultima ipotesi, io contesto ciò che comunemente si asserisce: che i progressi della medicina potranno sì far sparire la malattia mentale, come la lebbra e la tubercolosi; ma che una cosa rimarrà, ed è il rapporto dell'uomo con i suoi fantasmi, con il suo impossibile, con il suo dolore senza corpo, con la sua carcassa notturna; e che una volta messo fuori circuito il patologico, l'oscura appartenenza dell'uomo alla follia sarà la memoria senza età di un male cancellato nella sua forma di malattia, ma ostinantesi come sofferenza. A dire il vero, quest'idea suppone inalterabile ciò che probabilmente è più precario, molto più precario che le perseveranze del patologico: il rapporto di una cultura con la cosa stessa che esclude e più precisamente il rapporto della nostra cultura con questa verità di sé, lontana e inversa, che essa scopre e ricopre nella follia.

(Michel Foucault, La follia, l'opera assente, in Scritti letterari, Feltrinelli)