martedì 4 maggio 2010

Infelicità

Alla fine la sola cosa che forse il lettore apprezza di Ben Turnbull è che, essendo una caricatura tanto marcata di un protagonista di Updike, ci aiuta a capire cosa c'era di tanto sgradevole e frustrante negli ultimi personaggi di questo autore. Non è che Turnbull sia stupido: sa citare Pascal e Kierkegaard sull'angoscia esistenziale, discutere della morte di Schubert, distinguere tra Polygonum multiflorum destrogiro e levogiro. E' che persiste nella convinzione bizzarra e adolescenziale che poter far sesso con chi si vuole quando si vuole sia una cura contro la disperazione umana. E anche l'autore di Verso la fine del tempo, a quanto mi è concesso di capire, ne è convinto. Updike non lascia dubbi: l'impotenza finale del narratore gli appare catastrofica, il simbolo definitivo della morte stessa, ed evidentemente vuole che noi ce ne addoloriamo tanto quanto Turnbull. Non sono né stupito né offeso da questo atteggiamento, più che altro non lo capisco. Ringalluzzito o flaccido che sia, l'infelicità di Ben Turnbull è ovvia sin dalla prima pagina del romanzo. Mai una volta, però, gli viene in mente che il motivo di tanta infelicità sia che è uno stronzo.

(David Foster Wallace, in Considera l'aragosta, Einaudi)

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